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Anno 10 - Numero 250 Gioco.it - Reg. n. 5099/2001 - Tribunale di Firenze Mercoledi 08 Settembre 2010
     
 
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A che giocavo

Per certi versi è più facile scrivere di certi giochi quando li hai praticati per giorni e giorni, come se fosse la cosa più importante e urgente di tutte. Come se fossero i giochi stessi una parte segreta della vita.
Per altri versi, non è così facile, se quei giochi sono i giochi di quando eri bambino. Sì, perché si parla dei giochi di vent'anni fa, quelli che fra il '75 e l'85 hanno cambiato il modo di giocare; e io in quel periodo c'ero, per carità, ma ero tante persone diverse. Un bambino di cinque anni è un'altra persona rispetto allo stesso bambino di otto anni, e non hanno molto da dirsi.

Per fortuna, però, ho buona memoria. Quindi posso raccontarvi un mucchio di quei giochi, con una consapevolezza diversa. Per esempio.

Per esempio: quando ero bambino uscirono i primi Playmobil: un giocattolo veramente diverso. Assomigliava agli omini del Lego, ma aveva una sorta di vita sociale che neanche i Puffi si sognavano! I Playmobil erano rigidamente inquadrati dal loro mestiere: i Playmobil erano tutti uguali, stessa altezza, gambe secche, mani prensili (nel senso che ci potevi sempre incastrare dentro un attrezzo), li potevi distinguere solo dai capelli e dai segni sul viso; è anche vero che, pure se un Playmobil poteva essere biondo o moro, con un po' di fatica potevi anche scambiare capelli e cappelli fra omini diversi… Insomma, i Playmobil si distinguevano solo in base al mestiere!
Vent'anni dopo, mi guardo allo specchio: non ho le gambe di un Playmobil, ma neanche i capelli (nel senso che sono calvo), e certo non si può indovinare il mestiere che faccio da come mi vesto. Anzi, questa cosa del mestiere mi ha sempre terrorizzato.
Quando ero bambino, di fronte alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", mi vedevo intruppato come un Playmobil, mi immaginavo già la scatola con scritto sopra il mestiere che sceglievo. Alla maggiore età, invece, la casella "professione" sulla carta di identità suscitava in me la stessa antica ansia: la verità è che mi occupo di giochi, ancora, dopo tanti anni - e non posso mica scrivere sulla carta d'identità: professione "gioco.it"!
Che poi non ci scriverei niente lo stesso. Chi ha avuto dei Playmobil ha dei problemi con l'anagrafe, adesso; e poi dicono che i giochi non fanno male!

La questione del mestiere era probabilmente una cosa ambientale, molto anni '70. Pochi anni più tardi ritrovai gli stessi dubbi con Lotta di classe, una specie di Monopoly ambientato in mezzo allo scontro fra classi.

Torniamo al Playmobil: era un giocattolo seriale. Potevi averne uno solo ed eri abbastanza un poveraccio; come si fa a giocare con un solo Playmobil? Per chi non li avesse mai visti, dico che è come andare ad un torneo di Pokémon o Magic con un mazzo base, e tanto orgoglio.
Chi era ricco (o aveva i genitori separati), si permetteva stuoli di Playmobil, organizzati in eserciti, città, classi… A Natale venivano vendute delle grandi scatolone con pezzi specialissimi. Uno me lo ricordo: il Galeone dei Playmobil©.





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